Piano di Disaster Recovery: guida pratica per le aziende

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A fronte di una sempre maggiore dipendenza delle aziende da dati e sistemi IT, il Disaster Recovery costituisce un’attività che non può essere trascurata da nessuna azienda od organizzazione. È un elemento fondamentale della gestione della tua infrastruttura IT.

La direttiva europea NIS 2 (UE 2055/2022) ha ampliato gli obblighi e la platea delle imprese tenute ad adottare misure di cybersicurezza, imponendo l’implementazione di piani di continuità misurabili, testati e documentati a diverse decine migliaia di aziende di medie e grandi dimensioni.

In questo articolo vedremo cos’è un piano di disaster recovery e come implementarlo in modo efficace.

Cos’è il disaster recovery?

Il processo di disaster recovery è il ripristino della continuità operativa a seguito di un evento di natura catastrofica, sia naturale che artificiale, come ad esempio un terremoto o un attacco ransomware, con l’obiettivo di ridurre al minimo i tempi e minimizzare i danni.

Pur con approcci diversi, in generale il disaster recovery si basa su tre fasi fondamentali:

  • Valutazione dei rischi
  • Creazione del piano di disaster recovery
  • Implementazione del piano di DR

La centralità del piano nell’ambito del processo è evidente: senza una precisa pianificazione delle azioni da intraprendere, aziende e organizzazioni rischiano di perdere tempo prezioso per bloccare le perdite di dati, contenere l’allargamento dei danni, proteggersi da danni economici e salvaguardare la fiducia dei clienti.

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Perché il DR è diventato una priorità strategica

Tra i fattori che in tempi recenti hanno acceso i riflettori sull’importanza strategica per le aziende del disaster recovery, ce ne sono due in particolare:

  • La direttiva europea NIS 2 di disaster recovery e cybersicurezza (UE 2055/2022), recepita in Italia dal D.Lgs 138/2024, che impone obblighi precisi in materia di resilienza informatica e continuità operativa delle imprese di medie e grandi dimensioni in 18 settori essenziali (a partire da 50 dipendenti e fatturato di 10 milioni di euro), alla pubblica amministrazione e, di conseguenza, a tutta la relativa catena di fornitura
  • Gli attacchi informatici a danno di aziende e organizzazioni, sempre più numerosi e frequenti anche grazie alle nuove possibilità tecnologiche offerte dall’AI; il rischio maggiore è costituito da ransomware – secondo il rapporto Clusit, nel 2025 in Italia sono stati registrati 507 incidenti gravi di questo tipo, pari al 9,6% degli incidenti totali del mondo e con un incremento del 42% dal rapporto precedente.

Obiettivi di ripristino: il significato di RTO e RPO

Allo scopo di garantire la misurabilità del processo di disaster recovery, si fa riferimento a due metriche principali di tempo:

  • RTO (Recovery Time Objective) che è il tempo necessario per il ripristino completo dell’operatività
  • RPO (Recovery Point Objective) che è il tempo massimo tra la produzione di un dato e la sua messa in sicurezza (salvataggio, backup)

In un mondo connesso e basato sui dati, un’interruzione della continuità operativa causa danni a ogni secondo che passa. Una stima di queste tempistiche consente di stabilire il tempo massimo che l’organizzazione può restare offline. Se l’RTO è prossimo allo zero, una soluzione di business continuity può garantire interruzioni minime in caso di eventi catastrofici.

Sulla base dell’RPO, invece, si possono stabilire gli intervalli tra un backup l’altro e ogni quanto è necessario salvare i dati per evitare perdite di informazioni necessarie. Naturalmente questi tempi sono influenzati anche dal volume di nuovi dati creato per unità di tempo. Nel caso limite di un’impresa che riceve e produce significative moli di nuovi dati al minuto, il salvataggio dei dati e il backup possono avvenire in modo continuo e istantaneo.

Il valore di RTO e RPO, in sostanza, non è standardizzato ma è legato alla natura dell’attività svolta. Sulla base dei valori individuati in sede di valutazione, si fissano le priorità per definire le politiche di disaster recovery dell’organizzazione.

Come costruire un piano DR passo per passo

Lo sviluppo di un DRP (o Disaster Recovery Plan) si basa sull’analisi dei processi aziendali e dei rischi, oltre che sugli obiettivi di ripristino.

Vediamo quali sono le fasi in cui si articola la definizione di un piano di disaster recovery.

Analisi dei processi critici

Questa fase richiede la valutazione dell’impatto dei potenziali eventi catastrofici e delle loro conseguenze sui processi aziendali. Gli aspetti essenziali possono includere le attività quotidiane, la comunicazione interna e la sicurezza dei lavoratori.

Le conseguenze del blocco dei processi critici da tenere presenti comprendono, ad esempio:

  • perdita di fatturato
  • costi di inattività
  • danni reputazionali
  • perdita di clienti e investitori
  • sanzioni per mancata conformità

Valutazione del rischio

I rischi per l’organizzazione dipendono largamente dal settore e dalla tipologia di attività. Per ogni rischio, si possono valutare probabilità e potenziale impatto.

Le metodologie di valutazione dei rischi si dividono generalmente in quantitative e qualitative: mentre la prima si basa su dati misurabili, come ad esempio la perdita di fatturato, la seconda si riferisce al rischio percepito, ad esempio attraverso un’indagine sui rischi condotta tra i dipendenti per mezzo di un questionario.

Definizione del team di risposta

Un buon esempio di piano di disaster recovery richiede un’attenta definizione di ruoli e responsabilità. Si tratta infatti di una sezione cruciale del DRP, senza la quale gestire il processo di disaster recovery sarebbe impossibile.

Ruoli e responsabilità specifici dipendono dall’attività e dall’organigramma, ma in generale il team di risposta alle emergenze deve comprendere figure specifiche per:

  • segnalazione degli incidenti
  • gestione del piano di disaster recovery, ad esempio un responsabile DRP
  • protezione degli asset, con la responsabilità di mettere in sicurezza gli asset critici e riferire in merito
  • comunicazione esterna, sia nei confronti di fornitori coinvolti nel piano di disaster recovery sia di tutte le parti interessate all’andamento del processo di DR.

Strategie di backup e replicazione

L’azienda deve adottare strategie idonee a garantire la ridondanza dei dati essenziali. Il loro scopo è garantire il rapido ripristino dei dati e la continuità operativa, sulla base degli obiettivi del piano di disaster recovery.

  • Strategie di backup: basate sulla regola 3-2-1-1-0 che prevede 3 copie dei dati su 2 supporti diversi di cui una fuori sede, una copia immutabile isolata fisicamente dalla rete e 0 errori per mezzo di test. Il backup dei sistemi può essere completo (salva tutto ogni volta), incrementale (salva solo i dati modificati dall’ultimo backup, più veloce) o differenziale (salva le modifiche rispetto all’ultimo backup completo).
  • Strategie di replicazione: la replicazione può essere sincrona o asincrona. La prima copia i dati in tempo reale mentre la seconda lo fa a intervalli predefiniti. La replicazione sincrona azzera le perdite di dati ma richiede un’infrastruttura più performante, la replicazione asincrona tollera piccole perdite di dati basate sulla valutazione dell’RPO.

Sito di recovery e failover

In fase di gestione del piano di disaster recovery, il sito di recovery (o ripristino) è costituito dall’ambiente (locale o cloud) che contiene i sistemi e i dati ridondanti.

Può essere caldo, tiepido o freddo a seconda che sia immediatamente pronto per l’uso e aggiornato in tempo reale, aggiornato a intervalli regolari o richieda l’installazione dei dati in fase di disaster recovery.

Il failover è il passaggio dei carichi di lavoro a tale spazio secondario, che può avvenire sia in maniera automatica che manuale quando il sistema principale si blocca.

Il failback, invece, è la procedura di rientro al sito principale che ospita dati e sistemi al termine dell’emergenza.

Test e aggiornamento del DRP

Quest’ultima fase è importante per garantire l’effettiva prontezza del piano e delle procedure di disaster recovery. Lo scopo è duplice: verificare l’efficacia ed eseguire aggiornamenti per includere nuovi asset ed eventuali modifiche organizzative.

L’obiettivo finale è confermare l’integrità dei dati di backup e la loro effettiva disponibilità in caso di emergenza. I test possono includere l’uso di un ambiente di simulazione e verificare la riattivazione di reti, il ripristino dei dati e la ripresa dell’attività operativa.

Differenza tra disaster recovery e business continuity

Anche se a volte possono essere confusi tra loro, disaster recovery e continuità operativa non sono la stessa cosa. Mentre il disaster recovery è una procedura di ripristino pianificata, la business continuity è una strategia complessiva per garantire che le attività non vengano interrotte.

Vediamo quali sono le loro differenze principali sintetizzate nella tabella seguente.

 

Disaster recovery (DR)  Business continuity (BC) 
Definizione  Procedura di ripristino pianificata dei dati e sistemi IT Strategia generale per garantire la continuità delle attività aziendale in caso di eventi avversi
Tempistica  Breve, con l’obiettivo di garantire rapidità di reazione ed efficacia del ripristino Lunga per assicurare la stabilità delle attività industriali e commerciali
Oggetto principale  Server, dati, rete e infrastruttura IT Dipendenti, processi aziendali, clienti
Esempio  Ripristino dei dati da un server cloud a seguito di un attacco ransomware Spostamento dei dipendenti in smart working in caso di inagibilità della sede causata da eventi meteorologici estremi

Il ruolo dell’hardware fisico nel DR

Anche se, a prima vista, il disaster recovery potrebbe sembrare solo una questione di software e spostamento di dati dal cloud via rete, in realtà l’hardware è un elemento fondamentale della strategia di continuità operativa.

La velocità e l’efficacia del ripristino di dati e sistemi IT è determinata infatti da fattori quali la ridondanza, disponibilità e configurazione dei componenti hardware.

L’hardware fisico è essenziale per garantire:

  • Ridondanza ed elevata disponibilità per reagire velocemente a singoli guasti, come nel caso di UPS e generatori per le interruzioni di corrente improvvise che potrebbero danneggiare i dati, array di storage per risolvere guasti dei dischi fissi, componenti doppi di rete e alimentazione
  • Accesso a backup fisici veloce in rete con dispositivi NAS o air-gapped (cioè scollegati dalla rete) come i nastri magnetici
  • Infrastruttura del sito di disaster recovery che può essere calda, tiepida o fredda e deve garantire la compatibilità con il sito principale
  • Apparati di rete per consentire il failover al sito di disaster recovery e dorsali ridondanti per la replicazione dei dati continua in tempo reale
  • Virtualizzazione che consente il rapido ripristino dei server di qualsiasi marca e modello, eliminando i vincoli di compatibilità

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FAQ

Cos’è un piano di disaster recovery?

Il piano di disaster recovery identifica le responsabilità e le procedure da adottare in caso di eventi che compromettano i sistemi IT delle organizzazioni, con l’obiettivo di ripristinare le attività operative velocemente e minimizzare le conseguenze negative.

Qual è la differenza tra RTO e RPO?

RTO (Recovery Time Objective) e RPO (Recovery Point Objective) sono due metriche di tempo utilizzate nei piani di disaster recovery. Mentre la prima definisce il tempo massimo richiesto per il completo ripristino dell’attività, la seconda corrisponde alla massima tolleranza tra la produzione di un dato e la sua messa in sicurezza tramite backup.

DR e business continuity sono la stessa cosa?

No, disaster recovery e business continuity non sono la stessa cosa. Il disaster recovery è una serie di procedure operative pianificate, volte al veloce ripristino dell’operatività a seguito di un evento catastrofico. La business continuity, invece, è una strategia per garantire lo svolgimento ininterrotto del complesso delle attività di un’organizzazione.

Con quale frequenza deve essere testato il piano di disaster recovery?

In generale, il piano di disaster recovery dovrebbe essere stato almeno annualmente. A seconda delle caratteristiche dell’attività, i sistemi critici dovrebbero essere testati ogni tre o sei mesi.

Cosa prevede la norma NIS 2 in materia di DR?

La direttiva europea NIS 2 amplia i requisiti di implementazione del disaster recovery a una platea di aziende e organizzazioni più ampia, che comprende 18 settori critici e imprese medie e grandi con più di 50 dipendenti e 10 milioni di fatturato.

Qual è il ruolo dell’hardware nel DR?

L’hardware riveste un ruolo fondamentale nel disaster recovery per consentire la ridondanza e la disponibilità di backup e sistemi, oltre alle attività di failover.

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